Roberto Tassi

Il principe Charles-Joseph de Ligne in quel suo delizioso libretto intitolato Coup d’oeil sur Beloeil, accingendosi a descrivere il giardino di Beloeil e ad annunciare tutte le modificazioni che intendeva apportarvi per rifare a suo piacimento la natura, comincia il primo capitolo in questo modo: “Il soggiorno in campagna non è mai così piacevole come quando si vedono boschi, prati e acqua assumere per nostra mano ogni giorno una nuova forma”. Esistono persone che amano la natura per come essa è, per il suo caos, per il suo ordine nascosto e indecifrabile, per la sua libera vita, complicazione e selvaggia forza che solo leggi misteriose ma ferree governano, persone che si affidano solo a questa grande, infinita, ricchezza, e anzi ne partecipano, vi si confondono, e mal sopportano gli interventi umani, le bellezze provocate o ammaestrate. Altre ne esistono che posseggono tutto entro il proprio intelletto e la propria fantasia, e riflettendolo all’esterno lo impongono, come una invenzione originale, alla natura; sostituendosi a Dio, alle leggi naturali o al caso, modificano boschi, tracciano strade, inventano laghi, dispongono cespugli, creano prati; paghi solo di una bellezza inventata che corrisponda alle complicate strutture del loro spirito, o attenti solo ai significati simbolici o ai rapporti con le idee, come se scrivessero un trattato di filosofia. A questi apparteneva il principe de Ligne.

Allo stesso modo esistono pittori di paesaggio, anzi sono sempre stati la maggioranza, che non si stancano di copiare la natura; lo facciano direttamente all’aperto, o per memoria nello studio, quasi tutti hanno sempre tentato di arrivarle il più possibile vicino, o di dipingere le proprie impressioni, il proprio ‘stato d’animo’, di fronte allo spettacolo naturale. Non molti, e solo in certi tempi, barocchi o classici, hanno creato paesaggi di invenzione; ma poteva apparire tra loro la sublime perfezione di Poussin. Tutto questo preludio che è una fantasticheria mi è stato suggerito da una di quelle intuizioni che Giorgio Soavi dissemina a profusione con elegante noncuranza nei suoi scritti sui pittori; e si trova precisamente in quello su Tono Mucchi che egli chiama “architetto giardiniere”. Soavi sembra che non ci badi tanto, ma in quelle due parole è già concentrato tutto quello che io ho scritto finora e molto altro.

Per questo, Tono Mucchi è un caso eccezionale nella pittura di oggi. Altri pittori dipingeranno paesaggi inventati; ma nessuno con la continuità, con la decisione, con la fantasia, e soprattutto con la capacità di un mascheramento perfetto da farli apparire paesaggi veri, che lui possiede. Mucchi compie quelle operazioni che gli architetti giardinieri del Settecento, e anche qualcuno di oggi, eseguivano sul paesaggio, ma con una libertà tanto maggiore, per quanto non deve sottostare a nessuna legge che non sia quella della sua immaginazione fantastica e della sua forza poetica. È anche più libero di quanto non lo fossero gli antichi pittori dei paesaggi d’invenzione, che avevano il freno, e la monotonia di certe regole e idee se erano classici, e di certe altre opposte se erano romantici. Ma con lui noi assistiamo alla meraviglia di un inventore assoluto, che è ricco d’infiniti desideri, e soddisfa di volta in volta la sua voglia di inverni, o di colline gialle, di prati fioriti, di nebbie, di nuvole, di laghi incantati, di deserti, di siepi intrecciate, di sere tutte azzurre, di canali e di lune, il tutto variamente, incongruentemente e poeticamente mescolato.

A volte Mucchi desidera che, mentre scende la sera e vela di blu prati, alberi e monti, una improvvisa ventata di luce indori, in quel buio incipiente, una striscia di bosco: a volte desidera che, appena è sorta la luna e calato il sole e ancora la luce dei due astri si mescola, tutto diventi magicamente verde, l’aria, l’acqua, i pioppi e le colline; a volte vorrebbe che in pieno mezzogiorno quando le biade splendono di giallo, un gorgo d’ombra nel bosco di là dal muro creasse un mistero profondissimo e apparisse sul fondo un pertugio d’angoscia contro la felicità del primo piano; a volte gli piacerebbe veder fiorire al centro di un paesaggio autunnale un albero di mele. Allora con infinita pazienza, con giorni e giorni di lavoro, con pennellate ridotte a piccoli punti di colore, realizza quei desideri e compie quei miracoli, di fronte ai quali poi non ha fine la nostra meraviglia.

Mucchi corregge le stagioni, modifica il corso degli astri, aggiunge qualche esemplare all’infinita flora del mondo: anzi crea del tutto un mondo nuovo, diverso da quello cui ci lega la nostra abitudine, ma senza che nessuno se ne accorga, poiché esso non è né eccessivamente fantastico, né surreale, né “ingenuo”; è composto di elementi reali che si possono trovare ovunque, ma messi insieme in un modo che non potrà mai avere riscontro con la realtà; noi crediamo che questi paesaggi si possano vedere da qualche parte e speriamo sempre di incontrarne qualcuno durante i nostri viaggi, tanto sono impregnati di un fascino arcano: ma saremo sempre disillusi, ci resterà solo il ricordo dei quadri di Mucchi. Ed è proprio questa “falsità”, questa non esistenza, cui corrisponde una precisione lenticolare, una perfetta composta, intoccabile struttura che li fissa immobili, fuori dal tempo e dalla corruzione, come cristalli colorati e fragili, è proprio questo ambiguo mascheramento a fare la loro modernità, a dar loro lo spirito dei nostri tempi.

Non sono iperreali né onirici; ma il frutto affascinante, magico e impossibile del massimo di realtà e del massimo di irrealtà mescolati insieme. E anche culturalmente la loro origine non dà certezze poiché a volte sembra che un divisionista e un antico pittore senese abbiano lavorato insieme; a volte che sia intervenuto un inglese dell’Ottocento; a volte che un maestro d’Olanda, un artista del Giappone e un romantico tedesco abbiano contemporaneamente usato lo stesso pennello.

Ma non illudiamoci, questa bellezza, questo desiderio, questo mirabile convegno di spiriti diversi, questa gioia, sono insidiati da un oscuro pericolo; qualcosa nascostamente corrode le immagini, le vela di un’ombra che non si vede; come un tarlo, un’angoscia, una malinconica sospensione, un buio gorgo; e le marchia in tal modo di un segno umano e di un segno poetico. È qualcosa di indicibile, di indefinibile, a volte un bastone piantato in un campo, a volte un breve sollevamento di terreno che si rivela squadrato come una tomba, a volte una luce improvvisa nella sera, a volte un edificio disabitato che sporge appena tra le dune, un’atmosfera inquieta, una nebbia lontana, arbusti disseccati entro il rigoglio delle erbe, le acque sinistre di un lago, un pino marittimo che nasce in un mare d’erica, una luce che tinge di un tenue viola acque, arie, cipressi e nuvole. Troviamo così in questi paesaggi felici, in queste realizzazioni di desideri, l’ombra lievissima della morte.

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