Riconosco, nei nuovi quadri di Tono Mucchi una bellissima invenzione: il paesaggio italiano.
Lo avevano dato per scomparso dalla pittura e c’era chi diceva che il paesaggio di casa nostra fosse emigrato lontano dal nostro cuore. Per fortuna eccolo qua. Dall’alto di una collina aperta su altre colline che si inseguono verso un orizzonte imprendibile, c’è la costruzione di questa pittura piena di vapori, di albe viste alle prime ore del mattino, o a orari solitamente invisibili al nostro occhio, o imprevedibili perché buona parte di ciò che il pittore ha dipinto sta nel nostro ricordo di viaggiatori incollati al finestrino di una cosa in movimento non guidata da noi, come l’aeroplano, il treno, il sogno o il ricordo di un lampo. Nell’attimo in cui il nostro occhio voleva catturarla, l’immagine è già scomparsa dal finestrino. Mucchi si è incaricato di essere lui stesso il nostro cartografo, lo specialista di un dettaglio che la nostra voracissima velocità non è riuscita a fermare.
Da quando amo i suoi quadri tutte le volte che torno a casa da un viaggio – soprattutto in Toscana o quando l’auto percorre l’autostrada tra Parma e La Spezia – io conservo per qualche tempo dei paesaggi di Mucchi. Sono ormai suoi, come certe vegetazioni padane sono dei Morlotti; le pergole mediterranee sono dei Sutherland o il mazzolino delle violette è un acquerello di Durer. La pittura da noi amata si fa riconoscere, muove la coda in segno di affetto. Siamo lieti di identificare una cosa nota. Diventa, con tutto il rispetto la trepidazione e l’ammirazione, cosa nostra. Con il dito indice richiamiamo l’attenzione dei compagni di viaggio – i nostri compagni di vita – e diciamo loro: ecco un paesaggio di Mucchi.
Quando la forma della pianura, delle colline, l’improvvisa erezione, ma sì, di un albero sistemato fuori dal proprio centro, perché anomalo rispetto al disegno del creato, quando tutti questi dettagli ci vengono incontro noi abbiamo la conferma che il pittore aveva visto giusto, colto nel segno. Il suo è il segno dell’ordine della natura, diverso dall’intrico e dal dramma, perché a Mucchi non interessa lo spargimento di sangue, la forza della natura o la sua brutalità, ma preferisce un racconto più fatato, quasi senza sistema nervoso, senza liti o i laceranti scricchiolii di una vita violenta. Piuttosto, il pittore è affascinato da un elemento fuori posto perché, per farlo esistere come un quadro di se stesso, gli occorre alterare quella che lui crede sia la novità nel suo paesaggio italiano: l’aggiunta di un segno del destino, una panchina dove a nessuno verrebbe in mente di metterla. A meno che il pittore stesso, dopo aver camminato per ore fra gli avvallamenti della propria invenzione non si sia seduto, di fatto, per riposare, o vi abbia depositato, per ricordo, un elemento di distrazione rispetto all’asse di equilibrio della sua natura rigorosamente bene ordinata.
Quello di Mucchi è dunque un paesaggio di fantasia, di un sogno senza drammi, la continuazione di una ammirazione per la bellezza del creato. L’accettazione delle onde del mare a patto che non siano violente ma consolatorie, e la stessa storia vale per un paesaggio inondato dalla neve o dalla vegetazione. E suo occhio tollera soltanto la buona educazione, sia pure meticolosa o maniacale. Dipingiamo, sembra dire il pittore, a patto che tra noi e l’infinito non ci siano screzi o drammi. Un giardino pubblico in Paradiso, senza Adamo ed Eva, privo del serpente (della formica o del ragno). Nonostante tutta questa accuratezza i suoi paesaggi sono naturalistici di invenzione. La sua Toscana è indiana, con dei vapori, foschie o nebbie giapponesi quali si intravedono cercando di ricordare il Fujiyama. Ma i riferimenti non sono neppure questi anche se il colore di fondo, quello generale, è prevalentemente toscano, umbro, insomma italiano al massimo. Cioè gradevole. Qualcosa che sta, intatto e nascosto, in certi luoghi aperti che non dico, dalle parti di Norcia o di Umbertide.
Luoghi sibillini.
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