Estratti dall’intervista di Matteo Pacini a Tono Mucchi

Nei tuoi paesaggi lo sguardo si perde seguendo profili di colli intervallati da sagome di alberi, tra zone d’ombra a sprazzi di luce che evocano veri e propri stati d’animo. Le stesse atmosfere di “sospensione temporale” si ritrovano nelle tue fotografie e, poi, nelle tue ultime elaborazioni digitali. Ma andiamo per gradi, cosa rappresenta per te il mezzo fotografico?

Da quando uso il mezzo fotografico ricerco, con l’obbiettivo, le forme, i colori, i vuoti e i pieni e il genere di composizioni che già avevo utilizzato nella mia pittura. In altre parole, se oggi abbiamo a disposizione una tecnologia così fantastica, perché non usarla? Sono convinto che se Rembrandt o Paolo Uccello, per far due nomi a caso, avessero avuto per le mani una macchina fotografica di ultima generazione ne avrebbero fatto largamente uso. Io uso la macchina fotografica e il computer come prima usavo colori e pennelli. Ciò non impedisce che esista ancora una fortissima attrattiva per la pittura e questo nonostante le molteplici e stravaganti forme in cui l’arte attuale si esprime. Io stesso, ogni tanto, sono tentato di riutilizzare cavalletto, tela e tavolozza. Sarei curioso di vedere in che modo la lunga pratica del mezzo fotografico e digitale influenzerebbe, oggi, il mio modo di dipingere.

Entriamo quindi nel vivo dell’annosa questione sul confronto fra pittura e fotografia. Cosa distingue il pittore dal fotografo secondo te? Tra le tante risposte che si è tentato di dare a questa domanda epocale c’è la teoria che si tratti sostanzialmente di una differenza di sguardi e di approccio alla realtà. Mi spiego meglio: rimanendo nell’ambio dell’arte figurativa, pittore e fotografo si trovano a osservare la realtà rielaborando quanto visto sulla base della propria poetica e dei mezzi a disposizione: pennelli e colore per il pittore, un corpo macchina e delle lenti per il fotografo. C’è davvero una differenza di approccio alla realtà tra pittore e fotografo? Esiste secondo te questa differenza di sguardi?

Intanto bisogna precisare subito che, in questo caso, quando parliamo di fotografia s’intende fotografia d’arte. Ciò che distingue per me le due forme creative è senz’altro la scelta dei mezzi, ma non solo. La differenza sta anche nel come si usano i mezzi stessi: voglio dire che se un pittore fa uso della fotografia quasi sempre lo fa senza la sofisticatezza tecnica del fotografo. Poi, per quanto riguarda il contrario, penso sia raro che un fotografo senta la voglia o abbia la necessità di disegnare o dipingere. Quanto alla differenza di sguardi non credo si possa fare un discorso generale e, anche limitandosi al solo figurativo, penso sia necessario valutare i singoli casi. A volte l’occhio del pittore è molto fotografico e quello del fotografo molto pittorico. Questo in generale. Quanto poi al mio modo di usare i pennelli o la macchina fotografica e, aggiungo, il computer è un altro discorso.

Si può dire che il tuo sguardo sia il risultato di un occhio pittorico e di uno fotografico, imprescindibili l’uno dall’altro dato l’evidente rincorrersi tra pittura e fotografia nelle tue opere. Le soluzioni compositive delle pitture presentano, sin dai tuoi esordi, uno spontaneo taglio fotografico, pur essendo tutti gli scorci da te ritratti di pura invenzione. In pittura hai costruito il tuo personalissimo e riconoscibile stile muovendoti alla scoperta dei segreti della luce tanto cari agli Impressionisti, passando per il Puntinismo, facendolo tuo con arricchimenti e spunti di sapore orientale, fiammingo, romantico e surrealista. Le tue invenzioni paesaggistiche raccolgono suggestioni, esperienze, ricordi e visioni accumulati nel corso di una vita che, mescolati fra loro, generano “non luoghi” fittizi ma così verosimili e di così rara precisione da sembrare familiari, nei quali si ha l’impressione di essere già stati, di averli già visti o magari vissuti. Poi, quando hai cominciato a dedicarti alla fotografia, il tuo occhio pittorico sembra essersi messo al lavoro per scovare la poesia e il surrealismo insiti nel quotidiano, evidenziandone i paradossi visivi e rendendolo stra-ordinario (mi riferisco alla serie sulle divisioni e ai sorprendenti dettagli della natura nella serie delle cortecce). Per te la pittura è fotografia con i pennelli e la fotografia è pittura con le lenti?

Tu dici “… poi, quando hai cominciato a dedicarti alla fotografia…” io mi sono sempre dedicato alla fotografia, ma non lo facevo professionalmente né come mezzo, né come fine. Figurati, ho cominciato a fotografare quando avevo su per giù dieci anni. Mi era stata regalata una piccola macchina fotografica, poco più che una scatoletta con un buco, e io andavo in giro scattando come un matto. Poi, finito il rullino, lo facevo sviluppare in un negozietto a Salò, dove passavamo le vacanze estive, e friggevo nell’attesa dei risultati. Naturalmente non facevano provini ma stampavano in un minuscolo formato tutti i fotogrammi con il bordo bianco e seghettato come i francobolli dei quali erano poco più grandi. Quando mi veniva consegnata la busta la mia tensione era alle stelle. I risultati… un po’ meno. Questo per dire che la fotografia ha sempre fatto parte della mia vita. L’uso professionale del mezzo invece è cominciato nel duemila, quando ho scoperto il digitale e le straordinarie possibilità offerte dal Photoshop. Ma da principio la foto era solo un mezzo che rielaborato con il computer mi permetteva di concretizzare una serie di immagini che vagolavano nella mia testa e che chiedevano di essere realizzate. Scoprii anche che per quanto fosse lungo il tempo di elaborazione era sempre molto più breve di quello impiegato per ottenere lo stesso risultato con il pennello. Potevo, invece di produrre al massimo una quindicina di quadri all’anno, realizzarne di più e, quindi contenerne il prezzo. Speravo così di raggiungere anche un pubblico più giovane e con meno disponibilità economiche. Comunque, tornando alla tua domanda, quando dipingevo, non cercavo affatto di “fare delle fotografie” anche perché i miei paesaggi erano perlopiù inventati o, al massimo, lontanamente ricordati. Si può però forse dire che, avendo fotografato per tutta la vita, probabilmente questo ha influenzato il mio modo di inquadrare l’immagine. E anche posso convenire che le immagini nella serie “Pittografie” si potrebbero definire “pitture fatte con le lenti o meglio con l’obbiettivo”. Quando poi, ad esempio, nella serie delle “Cortecce” o in quella “Guarda dove metti i piedi” faccio delle pure fotografie, cerco di far vedere l’aspetto pittoricoastratto della realtà. Bisogna anche che io sottolinei che in tutto il mio lavoro digitale ci sono soprattutto due pulsioni: quella di sperimentare e quella di visualizzare dei sogni, il tutto molto istintivamente e senza stare a ragionarci troppo. Appago desideri, non cerco di dimostrare alcunché. E con questo intendo dire che certamente non sono né mai vorrei essere un concettuale.

Il panorama dell’arte contemporanea è molto complesso e variegato. Come giustamente dicevi tu, la tecnologia oggi apre a infinite possibilità, impensabili fino a pochi anni fa, ma i risultati spesso sono discutibili e non all’altezza delle attese. Che opinione hai dell’arte di oggi? Che rapporti hai con gli altri artisti?

Sì, c’è di tutto. E non è certo solo la tecnologia che ha fatto scoppiare questo putiferio. Le ragioni sono molte ma, posso sbagliarmi, penso che le principali siano la spinta del mercato, la spasmodica necessità di fare del nuovo, e molta presunzione. C’è poi da dire che seguire una strada già tracciata ti obbliga a confrontarti con i geni e i mostri sacri ed è una dura battaglia; con qualcosa di mai tentato non c’è confronto ed è anche più difficile dare giudizi. Ci si può sempre consolare con l’idea di non essere compresi, di essere un passo avanti. Ma sono pochi quelli che possono permetterselo. Per fortuna in tutte le epoche e a tutte le latitudini ce n’è qualcuno e sono quelli che, a buon titolo, possono definirsi ed essere definiti artisti. Sono quei pochi che hanno quella straordinaria quanto rara combinazione di estro, cultura e manualità che li fa emergere dalla massa. Naturalmente, metto subito le mani avanti, non mi considero fra quelli. Provo disagio quando mi danno dell’artista o, ancor peggio del Maestro. Devo anche aggiungere che per me ciò che conta sono le opere, non gli autori: non ho molta pazienza con il culto della personalità. Quando sono a una mostra non voglio sapere i perché e i per come, i dove e i quando, i retroscena, i drammi e le gioie dell’autore. Semmai mi piace indovinarlo dalle opere stesse che poi, degli autori, sono l’unico sincero modo di raccontarsi. Per questo motivo preferirei non dare titoli ai miei lavori, ma a volte devo farlo, non foss’altro per distinguerli. Penso che, una volta che un quadro o una scultura o qualsiasi altro frutto di creazione è compiuto, l’autore potrebbe scomparire, perché da quel momento conta solo il rapporto che s’instaura tra l’opera e chi la guarda. Per questo motivo mettere dei titoli è già fuorviante. Quanto ai rapporti con gli altri artisti ne ho tenuti sempre pochi, per due motivi. Innanzitutto perché così mi sono sentito libero di fare ciò che volevo senza temere di essere influenzato e poi perché, se li trovavo più bravi di me (e ce ne sono tanti) ci avrei sofferto un po’ mentre, se il loro lavoro non mi piaceva, mi avrebbe imbarazzato frequentarli.

Approfondendo un po’ il tema dell’elaborazione digitale; mi piacerebbe che spiegassi (per quanto possibile) in cosa consiste e i vari passaggi che ti portano, da uno scatto fotografico, al risultato finale (destrutturazione dell’immagine, texture, stratificazione eccetera… ovviamente senza svelare i segreti della tua tecnica).

Photoshop, come ormai tutti sanno, è un programma per elaborare le fotografie con moltissime funzioni. Praticamente su una foto puoi intervenire a piacimento, storpiando, cambiando i colori, puntinando, sostituendone o eliminandone delle parti, e mille altre cose che sarebbe troppo lungo enumerare. In pratica si può fare quello che si vuole. Il problema è che bisogna avere ben chiaro nella testa che cosa si vuole perché lo strumento è così versatile che tenderebbe a farti fare quello che vuole lui. Gli interventi possono essere minimali o totalmente rivoluzionari, basta confrontare tra di loro i miei lavori digitali per rendersene conto. Ho cominciato a usarlo nel tentativo di rendere il soggetto di una foto irriconoscibile, pur mantenendone le prerogative estetiche che lo rendevano a me attraente. Era un mio tentativo di rispondere all’eterna questione: la bellezza è intrinseca all’oggetto o dipende dalla cultura, la sensibilità, l’abitudine all’oggetto stesso dell’osservatore?

E che risposta ti sei dato riguardo a questo?

È un discorso lungo e non so bene da che parte incominciare. Partirò dal più popolare e condiviso proverbio sull’argomento: “Non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace”. Questa affermazione considera la bellezza da un punto di vista individualistico e personale non ipotizzandone invece uno oggettivo e assoluto. Ma siamo sicuri che non esista una bellezza assoluta e universale? O non sia invece il caso di dire che non tutti hanno la sensibilità o la voglia e l’interesse per coglierla? A molti basta l’opinione dei più o di quei pochi a cui è stata riconosciuta la funzione di giudici. Altri ancora si accontentano del proprio gusto che spesso è abbastanza superficiale; tant’è vero che quando gli si domanda perché una cosa a loro piaccia la risposta o tarda ad arrivare o non arriva affatto. Tutti sanno che c’è una grossa differenza tra dire “mi piace” o dire “è bello”: se dici è bello non stai dando un giudizio personale ma stai facendo una constatazione. Tuttavia pochi si rendono conto di questa distinzione quando danno un giudizio estetico. Aggiungo che, da quando il viaggiare è diventato più accessibile, sarebbe facile rendersi conto che l’idea del bello varia moltissimo da cultura a cultura ma anche a questo si tende a non far caso. Detto ciò, vien fatto di pensare che la bellezza sia sempre relativa proprio in quanto percezione degli esseri umani che, essendo differenti tra di loro, reagiscono agli stimoli sensoriali in modo differente. Io non riesco a vederla così, faccio fatica a rinunciare all’idea di una bellezza oggettiva e universale, forse perché la trovo a tutte le latitudini e in tutti i tempi: penso che l’azzurro del cielo o la trasparenza delle acque piacciano in ogni cultura e in ogni luogo e così succeda per moltissimi artefatti. Mi piace pensare che ci siano cose che non sono belle perché piacciono ma perché sono belle! Nel prodotto umano, poi, la bellezza è l’insieme di molteplici fattori: la capacità di meravigliare, il giusto inserimento nel contesto, l’esclusione del superfluo, l’eventuale uso ragionato dell’eccessivo e, di gran lunga il più importante, l’armonia, ossia quel magico equilibrio fra le parti che commuove ed emoziona perché, molto spesso a nostra insaputa, appaga e gratifica sia i nostri sensi che la nostra ragione. A differenza del potere e della ricchezza poi, il novantanove per cento del bello, a questo mondo, è alla portata di molti. È la bellezza delle piccole cose, nostra grande amica, troppo spesso ignorata; è la bellezza che pittori e fotografi cercano, spesso inascoltati o incompresi, di evidenziare attraverso il loro lavoro. Questo mi fa pensare, forse in modo utopico, che se i più riuscissero a recepire e lasciarsi andare alla bellezza, in tutte le sue forme, questa malandata umanità vivrebbe meglio, con più equilibrio e armonia, appunto.
– 2017 –