Triade di quarantenni a Roma
Dei tre pittori che la galleria «Il Gabbiano» (via della Frezza, 51) presenta in questi giorni, Piero Vignozzi è il più anziano: è nato infatti nel ’34 a Firenze ed ha già un buon curriculum sia per numerose collettive in Italia ed all’estero, sia per mostre personali e per avere vinto nel 1977 la XXIII edizione della Biennale del Fiorino. In quell’occasione egli espose quattro dipinti di particolare intensità e da allora il suo modo di accostarsi alla realtà, una realtà quieta nel trascorrere delle opere, non è di molto mutato. C’è sempre una sorta di poetica partecipazione, attraverso la quale il pittore raffigura sia essenzialmente nature morte nonché poveri e consueti oggetti. Ciò accade anche quando il suo sguardo si allarga a visioni più ampie come case di campagna, ville e cortili. C’è sempre come una sottile polvere del tempo che intride e sfarina i colori, rendendoli morbidi, quasi imbevendoli di una nostalgica luce metafisica.
Di altro taglio – e mi riferisco sempre ad un certo apporto metafisico – è il modo di vedere e di rendere la realtà di Antonio Mucchi (è nato nel 1938 a Milano, ove recentemente ha esposto da Gianferrari). I suoi paesaggi, assai raffinati, ci riportano ad un vedutismo settecentesco di stampo anglosassone, indurito però da una luce meridiana e tagliente, che viene ad isolare, in un silenzio dilatato e fermo, i vari particolari. Si potrebbe forse chiamare in causa anche l’Iperrealismo, ma probabilmente sarebbe eccessivo poiché se la principale finalità del pittore consiste in una raffigurazione estremamente esatta, in essa c’è pur sempre un’urgenza espressiva che va al di là del «più vero del vero».
Chiude la triade di questi artisti Richard Piccolo. Nato nel 1943 ad Hartford nel Connecticut, dal 1970 vive e lavora ad Umbertide ed a Roma, dove, dal ’77, è direttore del Pratt Institute, School of Architecture Rome Program. Sia che si dedichi al paesaggio, alla natura morta o alla figura, nelle sue opere ciò che domina è una luce tutta mentale, calda e pastosa che rende gli oggetti, le cose ed i modelli, vivi per un palpito che nasce dall’interno e che affiora con una forza che non è mai dirompente, bensì delicata e lirica. Una luce mentale – si diceva – che lascia intendere come l’artista, alle sue innate doti, abbia unito una sensibile attenzione ed anche uno studio che per certi aspetti, ed a titolo puramente indicativo, possono farci chiamare in causa Piero della Francesca da un lato e Chardin dall’altro. Il tutto, beninteso, finemente rivisitato e riespresso con occhi e sensibilità d’oggi.
Luigi Lambertini
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