Roberto Sanesi

Mi chiedevo, osservando queste opere più recenti di Mucchi; e mentre si affacciava (come sempre, anche nel tentativo più autentico di obiettività e d’abbandono a reazioni del tutto naturali e disinteressate) l’incontrollata abitudine mentale al riferimento; mi chiedevo da dove avesse origine quel suo tono sospeso e irreale, quella allusività paesaggistica, vegetale, che non cessava, pur nella sua evidente memoria, di porsi come dato concreto; quella non troppo nascosta volontà di fuga da un modello non per superarlo dominandolo razionalmente (per farlo, cioè, “diverso”) ma per bloccarlo nella sua eventuale espressività, per restituirlo unicamente con la sua stessa ragione originaria.
Con la sua: non con un’altra, qualunque possa essere, esperienza, e tuttavia un’esperienza atemporale. Senza dubbio i primi elementi che affiorano sono di tipo estetico, anzi: estetizzante. Recuperi di elementi emozionali e stilistici lontani, nostalgie. “A voce bassa”, come preferisce dire Mucchi.

Qualche accenno di “art déco”, ricordi di Klimt, la sua estasi ferma, ma anche – e questo mi pareva curioso – come una visionarietà, vagamente panteistica ma assorta, una infiltrazione del primo Samuel Palmer, dove il silenzio sembra brulicare. E un po’ di letteratura, come si vede: non in senso negativo, ma sottile, leggermente nevrotica, tipo viaggio in oriente: lirismo che non vuol cedere. Ma poi: non può essere un caso se Mucchi ama Kandinsky, e qua e là lo si vede, con linee e tratti, con spostamenti dal prediletto stile ricurvo e ondeggiante tondeggiante verso una risoluzione rettilinea, associato alla morbosa (morbida, bizantineggiante, ori bruniti, ecc.) staticità klimtiana; come non può essere un caso che stia guardando nello stesso tempo al Max Ernst della fase centrale, quella in cui i giardini del Doganiere si pietrificano o marciscono, ma, in Mucchi, senza acidità, senza cattiverie. Perché alla fine il solo “trucco”, il solo gioco di prestigio su cui si esercita per il momento il linguaggio, lo stile del giovane Mucchi (il suo pregio-difetto, in certo senso) è la raffinatezza, l’equilibrio elegante e assolutamente scoperto, non programmatico, naturale, ed è proprio questa onesta assenza, in lui, di sovrapposizioni volontaristiche per dire “altro” da ciò che si dice che permette di intenderlo e di accettarlo. Così com’è. Il che non significa che la cosa non abbia un seguito.

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